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Lineamenti di una Pedagogia a Orientamento Clinico

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Di Debora Di Jorio

Quella pedagogia che accompagna l’individuo nell’incontro con l’ambiente potenziando in entrambi le possibilità di crescita e apprendimento è una Pedagogia “Clinica”. Senza voler conferire a questo binomio alcun inutile intento di carattere sanitario, la Pedagogia si impreziosisce tautologicamente dell’uso di un rafforzativo che riconduce la relazione educativa alle radici etimologiche che la caratterizzano nonché a storici esempi di pedagogisti come la Montessori, che hanno teorizzato principi ancora oggi validi e ampiamente riproposti, attenti in primo luogo all’osservazione dell’intero sviluppo della personalità umana per una pratica educativa che emerge dal campo della relazione e da un solido patrimonio culturale di natura sia scientifica che umanistica.

Fondamenti epistemici e radici etimologiche della Pedagogia Clinica

L’obiettivo di una pedagogia a orientamento clinico parte proprio dal coniugare il complesso bagaglio di una solida cultura proveniente dallo studio delle scienze naturali come dalle scienze umane, con gli strumenti operativi di quell’intervento che, piegandosi sulla persona con uno sguardo attento al panorama eterogeneo delle possibilità, chiamiamo clinico perché rispettoso della narrazione del testo individuale, dei suoi bisogni, ma anche di un testo collettivo, del panorama relazionale e antropologico cui l’individuo appartiene e di cui è l’inalienabile risultante.
Le professioni di aiuto escono delineate dai percorsi accademici con fisionomie storiche, antropologiche e culturali che ne accompagnano da sempre la natura e le finalità e non possono prescindere dalle basi etimologiche che ne contraddistinguono la terminologia. La pedagogia non può rivendicare il suo impianto epistemico quale scienza della formazione che in quanto tale presiede le scienze dell’educazione, precludendo l’accesso a un sapere fondato anche sul bagaglio semantico d’origine da cui attingere i necessari riferimenti. Essa si riveste di connotazioni e arricchimenti linguistici in ciascuno dei luoghi di crescita umana in cui è chiamata ad agire.

La distinzione tra agire clinico e intervento sanitario

La lingua greca antica, affascinante riflesso di un popolo e specchio della prima vera cultura pedagogica, distingueva con accuratezza il contesto di un agire clinico da un intervento diremmo oggi sanitario, differenziando il verbo iatreuo (medico, curo con medicamenti) dal verbo klino (curo, mi piego su, mi volgo verso qualcosa o qualcuno). Il greco conferiva all’azione umana la sacralità dell’accoglienza nella piena concretezza del movimento, del gesto e del contatto diretto, ma anche e soprattutto la specificità del contesto spaziotemporale, l’ hic et nunc.

Processi educativi e neuroscienze: il ruolo della plasticità neuronale

Da qui la necessità di accompagnare la crescita di un bambino mediante quelli che vengono definiti processi educativi di cui l’adulto è spettatore interagente e nei quali può plasmare abilità, costruire autonomie ed esercitare esperienze che traggono beneficio dalla plasticità neuronale.
Studi neuroscientifici confermano che l’apprendimento si consolida grazie a circuiti cerebrali strettamente interconnessi con strutture coinvolte nella motivazione, nei processi decisionali e negli stati emotivi. Kurt Lewin ricorda nella sua teoria del campo che le cause della natura di un evento non vanno ricercate nel singolo oggetto, ma nella relazione che si instaura tra questo oggetto e l’ambiente che lo circonda. Similmente Merleau Ponty (1945) afferma: “Io sono come mi vedo, un campo intersoggettivo, non malgrado il mio corpo e la mia storia, ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi”.

Neuropedagogia: dare forma al cervello attraverso l’esperienza

Nel suo libro Neuropedagogia: Cervello, esperienza, apprendimento, Alberto Oliverio (2015) scrive: “L’educazione ha il compito di dare forma al cervello”, sintetizzando il più elevato assioma di una pedagogia clinicamente intesa. Una neuropedagogia inevitabilmente connessa alle ricerche neuroscientifiche e aggiornata sull’evoluzione dell’attività del sistema nervoso umano per regolare al meglio il proprio contributo qualitativo sia in ambito epistemologico che nella prassi educativa.

La pedagogia come scienza del con-tatto e della relazione

La pedagogia clinica si propone come scienza del con-tatto, dell’azione concreta basata sull’esperienza di apprendimento tangibile, scevra dall’utilizzo indiscriminato degli strumenti digitali. Come sosteneva Pestalozzi, l’apprendimento è raggiunto con il cuore, con la mente e con le mani.
Trovare la risposta nella specificità dei canali funzionali e nella caratterizzazione degli stili di apprendimento è compito di chi fa educazione e si affida al valore esclusivo della drammaturgia della relazione fatta di sguardi, voce, registri comunicativi e intenzionalità gestuale. Un traguardo che si ottiene in tempi non pronosticabili in cui l’esperienza individua nel confine la migliore sorgente di risorse.

L’ermeneutica e l’osservazione pedagogica

Questa possibilità che il pedagogista si dà di intuire le azioni altrui, discriminarle e condurne l’intenzionalità linguistica e comportamentale si chiama ermeneutica. L’ermeneutica si fa strumento privilegiato della pedagogia clinica che si pone lontana dalle misurazioni e dalle quantificazioni, affidandosi all’interpretazione del testo mediante l’arte dell’osservazione.
L’osservazione pedagogica utilizza strumenti e prove contestualizzate al fine di descrivere — e non misurare — quel “modo unico” in cui l’uomo sa esprimere se stesso. Come prevedeva Ippocrate: “È più importante sapere che tipo di persona abbia una malattia, che sapere che tipo di malattia abbia una persona”.

Formazione Docenti ed Educatori: nuove progettualità per l’autonomia

Su questi principi di matrice neuropedagogica, fenomenologica e costruttivista, si basa l’osservazione dell’espressività funzionale e il progetto educativo che abilita competenze ancora inespresse. L’obiettivo è riconsegnare all’individuo, in primo luogo al soggetto in età evolutiva, la consapevolezza di possedere qualità capaci di strutturare la cura di sé in nuove forme di autonomia.

In conclusione, mi affido alle parole di Oliver Sacks: “…un bambino deficitario presenta un tipo di sviluppo qualitativamente diverso… è necessario ridefinire i concetti stessi di salute e malattia per considerarli in quelli di una capacità dimostrata dall’organismo di creare un ordine e un’organizzazione nuovi”.

La pedagogia clinicamente orientata si pone al centro di questo processo di comprensione, interpretando l’apprendimento come il prodotto di contatti umani che hanno lasciato traccia.

Riferimenti bibliografici

  • Husserl, E. (1931). Ideas. George Allen & Unwin: London.
  • Kant, I. (2000). Critica della ragion pura. Laterza: Roma-Bari.
  • Le Winn, E. B. (1969). Human neurological organization. Thomas.
  • Merleau-Ponty, M. (1945). Phénomenologie de la perception. Gallimard: Paris.
  • Oliverio, A. (2015). Neuropedagogia: Cervello, esperienza, apprendimento. Giunti.
  • Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai. Cortina.
  • Sacks, O. (2014). Un antropologo su Marte. Adelphi.