Di Valentina Russo – Pedagogista Clinico e Docente specializzato
Socio fondatore Accademia di Neuropedagogia OIDA
Il termine “Inclusione” è ormai onnipresente in ambiente scolastico, dominando le riunioni dei Dipartimenti di Sostegno. Tuttavia, stenta ancora a diventare una questione centrale nei confronti che avvengono all’interno dei Dipartimenti disciplinari curricolari.
Fino ad oggi resiste l’idea errata che le prassi inclusive siano di pertinenza quasi esclusiva dei docenti di sostegno e che di inclusione si debba parlare solo a contatto diretto con la disabilità. Spesso, di fronte ai limiti della realtà quotidiana, ci si convince che l’inclusione vera sia un’utopia e che il lavoro educativo-didattico sia solo il “bene minore” per il progetto di vita degli studenti.
Eppure, la storia dell’evoluzione ci insegna proprio che “poco è meglio di niente”. Ma quel “poco” deve essere scientificamente fondato.
Il valore scientifico delle “piccole” azioni educative
Talvolta è vero: in un contesto scolastico complesso è possibile attuare solo piccoli interventi. Tuttavia, queste azioni possono diventare qualitativamente significative per lo sviluppo globale della persona se progettate alla luce di conoscenze neuropedagogiche.
La Neuropedagogia offre una cornice scientifica che trasforma l’azione educativa da un tentativo empirico a un atto professionale, responsabile e consapevole. Queste conoscenze nutrono le prassi educative, dimostrando che ogni intervento mirato ha un impatto biologico reale.
Neuropedagogia: l’ambiente è più forte dei geni
Questa disciplina si rivolge all’essere umano in qualsiasi fase del suo sviluppo e non si limita alla sola infanzia. Permette di progettare percorsi educativo-didattici orientati all’inclusione basandosi su un dato fondamentale: l’unicità del funzionamento cerebrale.
La neuropedagogia ci mostra che il cervello di ogni studente è unico perché frutto di fattori epigenetici: deriva dall’interazione dei geni con l’ambiente di vita. Oggi possiamo affermare con forza che, spesso, l’ambiente è più forte degli stessi geni.
Questo carica la scuola e i docenti di una responsabilità enorme e bellissima: l’ambiente che creiamo in classe modella la mente degli alunni.
Strategie inclusive: Relazione, Corpo e Cervello
Chi lavora con consapevolezza neuropedagogica sa che alcune strategie non sono solo “buone pratiche”, ma vere e proprie necessità biologiche per l’apprendimento:
- Centralità della relazione: Costruire fiducia è la base per aprire i canali cognitivi.
- Apprendimento cooperativo: Il cervello è un organo sociale.
- Movimento fisico: Coinvolgere il corpo agevola l’autonomia e incentiva la motivazione.
Questi elementi lavorano in perfetto accordo con il funzionamento biologico dell’essere umano.
Le evidenze scientifiche: Rizzolatti e Oliverio
Non si tratta di opinioni, ma di dati confermati dalle neuroscienze:
- I Neuroni Specchio: Come illustra il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti in “So quel che fai”, l’apprendimento imitativo e l’empatia hanno basi biologiche. Questo giustifica scientificamente perché costruire un solido rapporto docente-discente sia prioritario.
- Il ruolo del corpo: Come sottolinea Alberto Oliverio (emerito di Psicobiologia alla Sapienza) ne “Il cervello che impara”, lo sviluppo neurologico evolve dal basso verso l’alto. Le esperienze sensorimotorie sono prerequisiti cruciali per la maturazione delle aree superiori. L’attività motoria, ad esempio, potenzia direttamente le funzioni esecutive come attenzione e memoria.
- L’insegnante come attore: Anche Pier Cesare Rivoltella in “Neurodidattica” equipara il docente a un attore teatrale, sottolineando quanto l’investimento sulla relazione sia il veicolo per un apprendimento significativo.
Oltre la burocrazia: il vero ruolo del Docente di Sostegno
Un docente, sia di sostegno che curricolare, non può ignorare queste considerazioni nella progettazione didattica.
Le prassi inclusive non possono prescindere dall’investimento relazionale e dal coinvolgimento sensoriale attivo, permettendo a ogni studente di imparare con l’altro e attraverso l’altro.
L’approccio neuropedagogico restituisce dignità a chi si occupa di inclusione. In particolare, riscatta la figura del docente di sostegno, troppo spesso ridotta a pratiche meramente burocratiche o alla compilazione formale del PEI (Piano Educativo Individualizzato).
La neuropedagogia dimostra che chi lavora sulle prassi inclusive non sta solo “compilando carte”, ma sta agendo sui meccanismi profondi dell’apprendimento umano.
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