Scopri la riflessione di Debora Di Iorio sul dono come antico atto di cura: tra neuroscienze, mito di Prometeo e il valore educativo della reciprocità intersoggettiva.

Il Dono come Antico Atto di Cura

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Nel momento stesso in cui concepiamo il desiderio di fare un dono sia esso materiale o immateriale come il tempo, i pensieri, i gesti e le parole quali doni inestimabili di cui spesso siamo scarsamente consapevoli, naturalmente affiora l’importanza dello sfondo relazionale e di gratificazione che soddisfa, nell’esperienza del donare i circuiti della ricompensa e della motivazione di cui il nostro comportamento è la diretta espressione, e che ci consentono di percepire il piacere di ricevere anche nello stesso atto del dare.

Un atto talmente sacro e tutt’altro che superficiale, da avere l’obbligo di non essere inflazionato e abusato, ma di rappresentare l’accurato selezionatore delle sue finalità e dei suoi destinatari in ragione di quella intersoggettività che non può prescindere dalle radici emotive e sincere che devono connaturarla. In epoca romana la festività dei Saturnalia custodiva la tradizione ancora attuale di scambiarsi oggetti propiziatori per la rinascita della luce che inizia  a prolungare la sua presenza dal solstizio di inverno del 21 dicembre.

Ecco perché il momento del dono, in questo particolare periodo dell’anno, conserva ancora il potere di un’emozione che ha radici antichissime e nutrimento delle relazioni e dei contesti cui teniamo di più. Già nella mitologia greca, la figura di Prometeo, nel cui nome Colui che riflette prima, è racchiuso il principio cardine della progettazione pedagogica, ovvero la prevenzione che precede la cura incarnandola, al tempo stesso, nella sua più elevata forma, prima ancora che la tradizione cristiana ne esaltasse il fondamento dell’amore degli unì verso gli altri come dono di sé, l’atto del donare è immediatamente riconducibile al più profondo e umano senso del sacrum facere, il fare sacro di quello che comunemente chiamiamo sacrificio e che siamo disposti a subire in ragione di uno scopo che consideriamo fondante e gratificante secondo personali interpretazioni.

Esempio indiscusso di ingegno e coraggio, il titano Prometeo, ha consapevolmente scelto di essere punito per non rinunciare al dono verso se stesso di farsi esecutore di un atto di giustizia: consentire agli uomini la Cura per se stessi e per la propria evoluzione e discendenza attraverso l’uso sapiente del fuoco e della tecnica rubati rispettivamente ad Efesto ed Atena.

Così ad Erméte si rivolge il titano nel Prometto incatenato di Eschilo: “Tramutar non vorrei le mie sciagure con la tua servitù, sappilo bene!” e celebra per paradosso nella punizione divina la ricompensa di rivendicare a se stesso un atto di libertà assoluta e incondizionata che sembra echeggiare in un contraccambio irrinunciabile, splendidamente  rappresentato più di due millenni avanti dalle parole che Foscolo affida a Jacopo Ortis “Nel non rincrescere a sé sta quel po’ di felicità che l’uomo può sperar sulla terra”.

Il valore profondamente educativo del dono come fare sacro è dunque commisurato alla sua duplice natura che ne caratterizza il senso: essere dono e ricompensa al tempo stesso, per sé come per l’altro; il dono, privato di questa doppia natura, ammutolisce lo sfondo della reciprocità intersoggettiva diventando spreco e privando il dono stesso del suo autentico valore e della sua antica identità.